In questi giorni sta facendo notizia la triste vicenda di Qandeel Baloch, la star dei social pakistana, drogata e uccisa strangolata dal fratello. Divenuta famosa dopo aver partecipato a Pakistan Idol, era seguita da migliaia di followers sui vari social. Non incarnava l’ideale di donna pakistana, infatti vestiva alla maniera occidentale e amava il make up. Qandeel era  il modello di bellezza e di vita a cui molte ragazze del suo paese si ispiravano, era una giovane donna indipendente e sicura di se, determinata ad andare contro tutti pur di seguire i suoi sogni. In questi giorni è nato un dibattito in Pakistan, c’è chi la vedeva come una figura che mirava ad abbattere le norme sociali e famigliari a cui le donne devono sottostare nel suo paese e chi invece la vedeva solo come una narcisista attirata dalla fama e dal mondo dello spettacolo.
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Indubbiamente (in maniera conscia o meno) lei ha rappresentato un barlume di speranza per tutte quelle giovani che sono costrette a vivere in una società fortemente impregnata di valori patriarcali e maschilisti. Non dimentichiamoci la proposta di legge presentata verso la fine di Maggio (2016) in cui si chiedeva la “libertà” per i mariti di picchiare leggermente le proprie mogli. Proposta alla quale tutto il web si rivoltò a da cui nacquero molte proteste pacifiche, spesso attuate dalle stesse donne pakistane. Insomma il Pakistan NON è un paese per donne. Il numero di matrimoni forzati, delitti d’onore, stupri, violenze domestiche e prostituzione forzata è altissimo, non a caso secondo il Global Gender Gap Report 2015 il Pakistan è al 144° posto nella classifica che riguarda l’uguaglianza di genere, sorpassato solo dallo Yemen ultimo in classifica.
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Ma di cosa stiamo parlando? Qandeel non era una rivoluzionaria. Era semplicemente una giovane donna che voleva disporre come meglio credeva del proprio corpo. Era una bella ragazza e amava mostrare la sua bellezza e la sua sensualità al mondo. La sua famiglia non tollerava la sua libertà e insieme a loro nonostante i tantissimi fans c’era anche chi usava i social per minacciarla. Infatti solo tre settimane prima della sua morte si era rivolta allo stato per chiedere protezione. Richiesta ovviamente non ascoltata.
A quanto afferma il fratello, avere una sorella priva di morale come lei era diventato un enorme peso da sostenere, i suoi amici gli mandavano continuamente sue foto e lo deridevano. Rappresentava una vergogna per la famiglia e così il caro fratellino decise di fare quello che andava fatto”, ovvero porre fine alla vita di una donna indegna, perché non sia mai che una donna venga vista prima di tutto come un essere umano e solo in secondo luogo come essere dotato di vagina. Sappiamo tutti come in certi ambiti sociali la stessa azione compiuta da una donna non ha la stessa valenza se a compierla è un uomo. L’uomo infatti può (anzi DEVE!) esprimere la propria sessualità e la propria virilità sempre e comunque. Le donne vengono spogliate di tutto, anche di questo. La donna che non incarna l’angelo del focolare viene vista come deviata, sbagliata. E purtroppo molto spesso si “rimedia” nel modo più brutale e violento possibile. Questo avviene anche da noi…
Ad ogni modo non servono gesti eclatanti per far sì che una persona diventi uno dei numerosi simboli della lotta al patriarcato, quello che lei faceva erano solo delle foto, dei comunissimi selfie simili a quelli di molte ragazze occidentali. Ma in un paese teocratico come il Pakistan anche un selfie può costituire un gesto di rivolta.

Nonostante il Pakistan sia il penultimo paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere, rabbrividisco a leggere molti commenti di italiani che troppo facilmente usano i social per scaricare la loro rabbia di maschi bianchi frustrati su ragazze e donne che semplicemente decidono di mostrare come meglio credono i LORO corpi. Siamo due paesi molto diversi per fortuna, ma le meccaniche che stanno alla base di molte reazioni purtroppo sono le stesse. Abbiamo fatto molta strada ma c’è chi ancora, in Italia e nel 2016, afferma che le ragazze non verrebbero stuprate se vestissero in maniera più coprente, o chi demonizza le sex worker, donne che liberamente scelgono di prostituirsi. Eh si, abbiamo anche noi molta strada da fare…

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